PIETRO RAILLICH AL SANTO IN PADOUA 1669

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Sono affascinato dai liuti originali, anche se molto spesso originali non sono né potrebbero essere, visto l’altissimo interesse che avevano continuato a suscitare nel tempo e, di conseguenza, le molte trasformazioni che hanno subito.

Questo è uno dei pochi casi fortunati, raccontato dal liutaio berlinese Wolfgang Emmerich nel suo breve articolo Un “nuovo” liuto di Pietro Raillich con alcune foto dell’originale e della sua copia.

Particolarmente curioso credo sia anche l’emergere -negli ultimi anni abbastanza frequente (per lo meno a mio parere)- di antichi strumenti.
Quest’anno ne sono comparsi almeno due su eBay!

La pazienza del liutista

Sono appena ritornato dalla lezione quindicinale con Massimo Lonardi a Venezia.
Il messaggio da ricordare è un richiamo alla pazienza: io (come sanno tutti i malcapitati che mi frequentano) non ne ho. Pare che questo non aiuti il mio studio del liuto (se è per questo non aiuta un sacco di altre cose)

Ogni brano va studiato lentissimamente, magari con l’aiuto di un metronomo, non (e qui sta la sorpresa!) per aiutarsi a mantenere il tactus, ma per impedirsi di ritornare al tactus “giusto” dopo poche battute.
Ai miei mugolii Massimo ha risposto raccontando il commento espresso da un suo allievo di provenienza sud-americana, il quale al termine di un lungo pomeriggio di studio insieme avrebbe detto:

“Bueno, pero tienes una paciencia criminal!”

Ecco, appunto.

I cantini di budello

Cercavo di riordinare le informazioni delle varie caselle di posta e ho ritrovato questa e-mail di Mimmo Peruffo, davvero molto interessante. I non iscritti a Liuto_it potrebbero avere delle difficoltà a reperirla, così ho pensato che potesse valere la pena di riportarla qui, nella versione integrale.
E’ datata 17 marzo 2006.

Ciao amici,
giusto per movimentare le acque vi mando le ultime considerazioni sui cantini da liuto.

Al solito dovrete digerirvi la mia scrittura un po’ didattica; il fatto è che questa cosa è la versione in italiano di un’altra cosa che è stata data agli amici del bollettino inglese. Una sorta di piccolo articolo insomma.
Ecco:

Come è arcinoto, il cantino di un liuto può considerarsi, per tutta una serie di ragioni, la corda che in assoluto si trova a lavorare nelle condizioni più critiche rispetto ai cantini di tutti gli altri strumenti coevi, siano essi pizzico o ad arco.
Il liuto, nella sua versione più comune con la paletta rivoltata ad angolo retto impone infatti alle corde un brusco ed innaturale cambiamento di direzione. A questa caratteristica va ad assommarsi la tipica `regola’ del Cinquecento e di parte del Seicento, regola che vuole che la prima corda debba lavorare al più acuto consentito, nei pressi della rottura.
A complicare ulteriormente questo quadro –già di per sé assai critico- va aggiunto che le corde di cui si sta parlando presentano il limite inferiore di diametri tecnicamente raggiungibili dai cordai.
Questa sottigliezza le rende pertanto particolarmente sensibili non solo al rischio di falsità ma anche all’effetto `taglio’, condizione che si manifesta di sovente nei solchi troppo taglienti del capotasto e talvolta anche al ponticello.

Il budello infatti, pur presentando una notevole resistenza alla trazione risulta estremamente tenero al taglio e facile a deformarsi in seguito a schiacciamento: da qui le accurate istruzioni di Mace (Musick’s Monument, London 1676) su come levigare il capotasto mediante …sputo e pomice e come realizzare i solchi per le corde, istruzioni precedute dal suggerimento di Dowland di disporre ad esempio della grafite lubrificante nei solchi stessi così da impedire fenomeni di inceppamento delle corde.
Tutto questo fa sì che un cantino di budello del dolce strumento debba possedere e debba aver posseduto caratteristiche meccaniche assolutamente fuori dal consueto, conseguite mediante una specifica tecnologia manifatturiera, ben distinta da quella di tutte le altre corde.

Sorge spontanea la domanda: cosa ci è stato tramandato dalla documentazione storica? E’ possibile ricavarne delle informazioni utili per la tecnologia cordaia di oggi??

Le fonti ci tramandano innanzitutto che i cantini migliori provenivano da Roma o da Monaco la cui materia prima era costituita da budello di agnello o di castrato. Gli spagnoli del XVI secolo preferirono invece il budello di montone.
Secondo Attanasius Kirker (Musurgia Universalis, Roma 1650) i cantini romani erano fatti partendo da un solo budello di agnello o anche di castrato. Budello intero si diceva, come ci viene confermato dagli
statuti dei cordai di Roma del 1642 i quali, di prima lettura, sembrano proibire il taglio in strisce. Questa interpretazione della frase: `è proibito di spaccare le corde o li mazzi per mezzo…’ degli statuti non è affatto di certa interpretazione. Corde fatte da un singolo budello intero di agnello presentano infatti un aspetto specifico, verificato anche sperimentalmente, legato a questioni biologiche: sono leggermente coniche; una volta realizzate presentano una superficie piuttosto irregolare e frastagliata e non resistono affatto maggiormente alla trazione rispetto a quelle ottenute da più strisce di budello.
Voglio dire che lo stesso budello tagliato in strisce realizza un’elevata resistenza alla trazione, una elevata regolarità nella sezione ed un basso indice di falsità.

Già nel primo Cinquecento il Capirola ci avverte del fatto della conicità, caratteristica assente se essi provengono invece da Monaco.
Se i cantini di Monaco non furono conici ciò sta probabilmente a significare che erano costituiti da sottili strisce di budello accoppiate assieme, non da un singolo budello intero. Un intervento manuale di levigatura, atto a risolvere il problema della conicità risulta impraticabile non solo per la notevole quantità di materiale da asportare con precisione estrema ed in assenza di strumenti di controllo quali il micrometro ma anche perché una corda così pesantemente levigata ¿sempre ammesso che non sia poi falsa- si spellerebbe o romperebbe immediatamente non appena messa in trazione.
Ulteriori preziose informazioni ci provengono da Dowland, il quale, per inciso, è il solo che ci descrive le caratteristiche meccaniche che doveva possedere un buon cantino (Varietie of Lute lessons, London, 1610): esso deve essere- ad un suo estremo- pungente al pollice e spezzarsi di netto, qualora tranciato con i denti, senza lasciare sfilacciature.
I cantini dunque erano estremamente rigidi; caratteristica questa indispensabile -a parità di materiale- per poter ottenere un elevato carico di rottura.
Nel XVIII secolo Baron scrisse che vi sono cantini romani che durano anche fino a quattro settimane: difficile dunque ritenere che furono eccezionalmente levigati.
Questo è quanto sappiamo: i cantini per liuto dovevano possedere dunque non solo un elevato carico di rottura ma anche una elevata resistenza all’abrasione e allo sfilacciamento.
Baron ci descrive 1 mese di vita di un cantino come una situazione rara ma accaduta; 2 settimane di vita media dovevano probabilmente essere la condizione media consueta.
Per contro i cantini di budello di produzione moderna durano a malapena poche ore o al massimo qualche giorno prima di sfilacciarsi. Si è ritenuto che la causa principale sia da imputare alla consuetudine di rettificare sino al liscio le corde determinando pertanto una rottura eccessiva delle fibre di superficie. Questo è vero ma non basta.

Le indicazioni di Dowland hanno di recente suggerito un nuovo indirizzo tecnologico, il quale ha permesso la realizzazione di cantini per liuto che, nonostante siano stati rettificati al liscio ediante la rettifica moderna, possiedono un indice di rottura di 300-310 Hz.mt rispetto ai tradizionali 240-260 Hz.mt ed una notevole resistenza allo sfilacciamento.
In pratica un cantino di questa ultima generazione, teso in un liuto rinascimentale di 63 cm di lunghezza vibrante (al corista = a-440 Hz) si spacca di netto al `si’ naturale, talvolta `do’. Un intervallo di terza, quarta più acuta rispetto al sol.
Le corde si presentano piuttosto rigide e pungenti al tatto ed effettivamente si tranciano di netto con i denti. In virtù della loro maggior durezza superficiale vi è una minore tendenza allo schiacciamento e all’effetto taglio.
Grazie all’elevato carico di rottura questi cantini lavorano dunque in condizioni di stress più limitate, condizione che si manifesta soprattutto con un minor cedimento longitudinale in fase di accordatura. In pratica si fanno meno giri al pirolo per raggiungere l’intonazione finale.
Un minore allungamento alla trazione determina, come si diceva, una aggior resistenza allo spellamento, che è il principale problema delle corde di oggi; imputabile sia all’azione delle dita del usicista che dello stress di trazione.
Qualora suonati con la penna (Liuto medioevale) corde di diametro di .44 mm non verniciate hanno durato 1,5 mesi senza manifestare spellamento, ma solamente i segni lasciati dall’azione del plettro.
Un cantino .38 mm non verniciato montato in un liuto 11 ordini in re inore e suonato regolarmente (in estate) ha manifestato una durata di ben due mesi. La durata media del budello dipende, lo si sa, da numerosi fattori: quanto e come si suona, il tipo di sudore, se è estate o inverno etc. ma una durata non inferiore a 15-30 giorni sembra sinora la caratteristica più riproducibile verificata già in una decina di casi.
Un’altra qualità documentata è la miglior stabilità di accordatura.
Un accurato studio ha evidenziato infatti che questo parametro è influenzato notevolmente da come le corde sono state essiccate sul telaio. Insomma si può migliorare -e di molto- il coefficente di ritiro. Lo stesso che accade ai calzini messi in lavatrice. Calzini e budello si comportano allo stesso modo.

Quanto riportato sembra in conclusione suggerire due cose:
la prima è che forse è il momento di ridiscutere le nostre opinioni in merito ai cantini del tempo.
La seconda è che forse è arrivato finalmente il momento di poter utilizzare davvero il budello. Facendo i debiti conti una cantino costa sicuramente meno di un bicchiere di birra e dura inoltre molto di più.

Mimmo

Un liuto da studio

Ci siamo passati un po’ tutti: tra la decisione di suonare davvero il liuto e riuscire a trovarne uno passa di solito parecchio tempo.
Lasciando da parte i cosiddetti pakistani (a cui medito di dedicare un post apposito) procurarsi un liuto richiede una buona dose di pazienza e testardaggine. Gli strumenti usati naturalmente ci sono, ma è molto difficile che lo strumento concepito su misura per qualcun altro si adatti perfettamente a voi.
Così può accadere che vendendo un liuto economico si ricevano telefonate da genitori disperati: il figlio inizia liuto al Conservatorio di … che aveva promesso di avere strumenti a disposizione, ma non ce ne sono. E ora è urgente.

Per questo motivo sono rimasto colpito dall’iniziativa dei maestri liutai Barbara Ferloni e Kai Schupp che pubblicano una bella pagina sulla propria produzione semi-industriale di liuti rinascimentali, ovviamente da studio.
Gli strumenti sono belli e ben costruiti e i prezzi davvero ottimi, specie paragonati a altri strumenti da studio, di produzione artigianale e dunque con tempi e prezzi decisamente diversi.

Credo che tutti i liutai con cui ho intrattenuto dei contatti personali abbiano prima o poi sentito la mia storia del padre disperato che cerca con urgenza un liuto da studio per il figlio, e naturalmente non a prezzo stellare. Sono davvero contento che qualcuno ci abbia pensato e , mi pare, nella maniera giusta, cioè senza diminuire la specificità dello strumento, che non è certamente quella di essere prodotto malamente, tanto per fare (di nuovo, cfr. la triste storia dei liuti pakistani, spesso in vendita su eBay)

Un unico appunto personale, molto personale: lo strumento a 8 cori si è imposto probabilmente per una questione di mode. In sé il liuto rinascimentale a 8 cori ha avuto probabilmente vita molto breve e il suo repertorio specifico è legato a autori come Giovanni Antonio Terzi, di impostazione decisamente virtuosistica.

Sembrerà una futura limitazione, o forse un’impostazione da liutista italiano, ma perché non pensare a liuti da studio a 6 o al massimo 7 cori?

Ottaviano Petrucci

Nel 1507 vengono pubblicati a Venezia i primi due libri a stampa di musica per liuto che si conservino:

Francesco Spinacino, Intabulatura de Lauto, libro primo

e

Francesco Spinacino, Intabulatura de Lauto, libro secondo

Le copie sopravvissute hanno avuto una storia straordinariamente avventurosa, documentata nell’edizione fac-simile di Minkoff

Spero di venire contraddetto da una valanga di e-mails, ma non mi risulta che nemmeno un solo concerto abbia celebrato l’arte di Ottaviano Petrucci e di Francesco Spinacino nel cinquecentesimo anniversario di questa bellissima edizione.

Peccato.

Arthur J. Ness e Marco dall’Aquila

Nel mese di luglio Arthur J. Ness (che ritengo non abbia bisogno di presentazioni) ha messo a disposizione sul suo sito personale 5 brani di Marco dall’Aquila con la propria revisione.

Con una semplicissima operazione di “copia e incolla” se ne ottengono 5 ottime edizioni in formato A3 composte dalla trascrizione su doppia portata e dall’intavolatura italiana. Uno splendido lavoro.

Sur un Luth

Rubo senza ombra di vergogna questa deliziosa poesia di Mellin de Saint-Gelais dal ricchissimo sito di Richard Civiol, luth-librairie.

O luth, plus estimé présent
Que chose que j’aye à présent,
Luth, de l’honneste lieu venu
Où mon coeur est pris et tenu,

Luth qui responds à mes pensées,
Si tost qu’elles sont commencées
Luth, que j’ay faict assez de nuictz
Juge et tesmoin de mes ennuys,

Ne pouvant voir auprès de moy
Celle qui t’eust auprès de soy,
Je te supply, fay moy entendre
Comme, touchant à la main tendre,

Ton bois s’est guarenty du feu
Qui si bien esprendre m’a sceu
Et s’il se pourroit bien esteindre
Par souvent chanter et me plaindre.

Que pleust à Dieu, Luth, que ta voix
Peust aller où du coeur je vois,
Tant que mon tourment bien ouy
En peut rapporter un ouy.

Lors tu me ferois plus de grace
Qu’onc n’en feit la Harpe de Thrace
Qui faisoit les montagnes suivre,
Car tu ferois un mort revivre.