Amo le rose che non colsi…

Bob Van de Kerckhove
E’ passato più di un mese dal mio ultimo post e l’interruzione è andata di pari passo con una serie di piccoli “fastidi” che mi hanno impedito di suonare regolarmente. Primo fra tutti un taglio abbastanza profondo al pollice della mano destra che ha bloccato ogni mia velleità liutistica durante la pausa natalizia.
Ho ripreso lentamente, penosamente e con una notevole frustrazione: la musicalità (spero!) non sembra scomparire in tre settimane, ma l’agilità acquisita e tanti piccoli passi avanti svaniscono con sorprendente rapidità. Che barba!

OK, chiedo scusa per questa digressione.
Leggevo questa mattina una non breve riflessione di un partecipante alla solita lista anglosassone: mentre un pianista sceglie il proprio strumento basandosi (tra l’altro) su un suono e un timbro che ben conosce e che ama, che decide di avvicinarsi al liuto si trova ben presto a riflettere su quale liuto stia suonando, perché in effetti non sappiamo davvero come suonasse il benedetto strumento che amiamo tanto.
Riflessione non nuova, certamente, tuttavia sembra porre il traguardo timbrico sempre “un passo oltre” ciò che posso udire oggi.
Conosciamo tutti come suona il liuto dei concertisti che conosciamo e seguiamo, ma prima o poi la domanda credo sia venuta a tutti: era davvero così? Lo strumento lodato e amatissimo, nelle sue multiformi incarnazioni suonava davvero in questo modo?
Da qui le decine di migliaia di incubi sulle tavole armoniche, le forme, i legni e… LE CORDE!
Non passa giorno in cui non legga qualche e-mails nelle varie lingue sul mal di corda che affligge i liutisti (mi si perdoni il maschile, intendo ovviamente e col dovuto rispetto anche le Liutiste).
Demifilée, loaded, gimped, budello, Nylgut®, carbonio…
Da provare tutte, possibilmente mescolate!
Se si tiene conto che ogni cambio di corde porta con sé una considerevole spesa e una non trascurabile impegno di tempo per sostituirle e accordarle, è facile immaginarsi il perché del famigerato detto: il liutista passerebbe metà della sua vita ad accordare il liuto e l’altra metà a suonare scordato.
Qualcuno (il mio Mentore) arriva a dire di NON provare il budello, se non d’estate, quando gli incontri con lui non ci sono. Troppa è la Sua sofferenza per uno strumento costantemente scordato.
Amo moltissimo la sonorità del budello, per esempio come compare nel CD di Catherine Liddell già citato e sono d’accordo con la maggior parte di quei liutisti che sostengono che il budello sia una necessità sonora, non tanto un’affettazione di storicità.
Detesto ormai il timbro del carbonio (o PVF) che mi sembra avere un’unica virtù: sopporta tutto. Anche quando rimane in un automobile a zero gradi per tutta la notte, come mi è capitato due sere fa.
E confesso che mi ha in gran parte stancato il timbro del mio otto cori, ma su questo argomento mi dilungherò in un altro post.
Lo strumento migliore è sicuramente quello che non ho (ancora) trovato.

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