Leùto?

Il vocabolo (che soltanto in pochissimi dei codici fiorentini ricorre nella forma ‘liuto’), è usato da Dante una sola volta, quale secondo termine di una similitudine che fa capo a mastro Adamo: Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, / pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia / fronca da l’altro che l’uomo ha forcuto (If XXX 49).
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È interessante ricordare innanzi tutto che la terzina sopra citata costituisce la prima testimonianza cronologica che si trovi, del leuto, nella letteratura italiana. Più avanti, nel sec. XIV, esso è più volte menzionato, ma sempre come strumento raffinato delle persone colte, a differenza di quanto avveniva altrove, ad esempio in Germania, ove il leuto era diffuso anche nelle classi medie (anche il Petrarca fu liutista, e alla sua morte, nel 1374, egli legò il suo strumento all’amico Tomaso Bombasi da Ferrara). In ogni caso, e soprattutto al tempo di Dante, esso costituiva un’autentica rarità.

(Raffaello Monterosso, voce “leuto” in “Enciclopedia Dantesca”, Treccani 1970)