I Partimenti

Ringrazio Diego Cantalupi per aver segnalato sulla sua pagina Facebook il link all’incredibile lavoro che Robert O. Gjerdingen all’interno della Northwestern University ha potuto dedicare all’immenso corpus dei “partimenti”: Monuments of Partimenti.

Dalla pagina esplicativa:


Collections of partimenti, by contrast, contained very few words and often hundreds of pages of music. A collection might begin with a statement of the rules or regole. Then there might be some pages of figured basses. The figures were like the training wheels on a child’s bicycle; once the apprentice achieved a measure of competence, the figures were removed. The bulk of the ensuing partimenti were unfigured, and hence largely incomprehensible to musical amateurs. Even more restricted to insiders were the advanced, fugal partimenti that featured rapid changes of clef and required a knowledge of preferred contrapuntal combinations. Without access to a collection of the more explicit regole, like those of the great Neapolitan maestros Fedele Fenaroli and Giovanni Furno translated in this series, an outsider might never realize that an awareness of the scale degrees in each phrase or cadence was a prerequisite for understanding a partimento. The key changed rapidly in this repertory, and the partimentisto needed to be aware of conflicts and overlaps between local and more global contexts.

Adriano Banchieri e la tiorba in sol

Banchieri_conclusioniLo scorso sabato ho posto a Massimo una domanda stupida: perché la tiorba sia accordata un tono sopra l’accordatura del liuto rinascimentale, dunque in LA.
Massimo si è lanciato in una dettagliata spiegazione concernente il fatto che, a prescindere dall’ovvia comodità delle tonalità disponibili sulla tiorba accordata in LA, lo strumento esisteva anche in sol, anche se ciò viene spesso ignorato nell’utilizzo attuale della tiorba.
Pochi giorni dopo – simpatica coincidenza! – compariva sulla lista dei liutisti francofoni una domanda concernente il Libro primo di arie passeggiate (Dresda 1623) di Johann Nauwach e le indicazioni del basso continuo, che sembravano richiedere un chitarrone accordato in SOL.
Ovviamente non ricordavo più il trattato citato da Massimo a Venezia (ahimé), ma ho immediatamente postato la risposta sull’esistenza di tiorbe in sol.
Da un dotto membro della lista succitata è prontamente giunta la citazione di Adriano Banchieri e delle sue Conclusioni nel suono dell’organo (1609) che a pagina 53 indica chiaramente un chitarrone in SOL.
La stessa pagina di Banchieri offre naturalmente un interessante spunto per altre riflessioni organologiche, ad esempio:

  • il primo coro non è necessariamente accordato un ottava sotto, ma “come piace”;
  • il secondo coro non è accordato un’ottava sotto;
  • il Chittarrone (sic) ha 13 cori.

Ringrazio Dimitri Goldobine per la citazione e i riferimenti al fac-simile di Banchieri e Jean-Marie Poirier (che forse ricordate come liutista nel ben noto film Tous les matins du monde) per la copia della pagina 53.

Basso continuo

BassusIl riscaldamento ad aria di casa mia mi costringe di fatto a fermarmi: avevo teorizzato di passare la domenica a suonare, e basta, ma il costante riaccordare le corde calanti mi ha un po’ stremato.
E’ abbastanza insopportabile la sensibilità di quasi tutte le corde (nylgut e budello si comportano in modo abbastanza simile) all’alzarsi della temperatura: in pratica o gelo suonando, o smetto di suonare per riaccordare ogni tre minuti.

Il lato positivo dello studio con Massimo è sempre stata la libertà di scelta, il lato complesso dello studio con lui, anche. Il piccolo repertorio francese che ho studiato va ormai abbastanza bene, più o meno pronto per un fantomatico concerto la cui data si sposta continuamente in avanti, sottomessa com’è agli umori dei finanziamenti che affliggono i musei veneziani.
Passo così oltre: dopo l’esperienza estiva con Jakob Lindberg e il Prologo dell’Orfeo di Monteverdi, insisto e ottengo da Massimo di iniziare “ufficialmente” a cimentarmi col basso continuo. Il risultato è una lezione di durata doppia (manca un allievo e Massimo è, come sempre, troppo generoso) che si conclude con un inizio di cefalea.
Mi rendo conto velocemente che devo rispolverare nozioni lontanissime nella memoria e sviluppare una capacità di ragionamento armonico che non ho mai dovuto utilizzare prima. Dopo qualche esercizio – tanto per capire come funziona il sistema di numerazione – vengo messo di fronte a una pagina di Telemann e al suo basso numerato: mi diverto parecchio, ma mi sembra di essere lentissimo. Ci vorrà un bel po’ di esercizio.
Massimo sottolinea come sarebbe importante assorbire le posizioni fondamentali sul proprio strumento dall’inizio, non solo ora. E mi consiglia di passare proprio questa abitudine a mio figlio Tommaso, cosa che farò dalla prossima “lezione”. Dato che non smetto mai di porrmi sempre la stessa domanda: “Come avrebbe studiato musica un apprendista del primo ‘500?”, non posso che appuntarmi questo ennesimo riferimento da trasferire a mio figlio.
Ma torniamo a me e al mio entusiasmo di principiante per il bassus generalis: dato che la teoria è assolutamente necessaria, ho fatto la mia consueta ricerca in rete e sono inciampato su un sito che contiene i testi di tutti quegli autori che un buon “continuista” barocco è supposto leggere e conoscere a memoria.

bassus-generalis.org merita di essere scorso da capo a fondo. Agli studenti come me segnalo in particolare:

Certo, per gli italiani un bel testo pulito, senza tutte quelle traduzioni a fianco, sarebbe riuscito più pratico, ma in compenso potete girare i links agli amici di altre nazioni e, cosa di non poca importanza, abbiamo a disposizione il testo completo delle opere succitate e gli esempi musicali.

Sono bastate due ore e la musica che già conosco e suono ha cambiato di colpo aspetto: l’intavolatura che ho di fronte si è improvvisamente arricchita di “posizioni” che mi richiamano immediatamente i “6” i “4-3” e quant’altro.
Ciò che amo del viaggio intrapreso ormai da quasi sei anni è che l’ambito dello studio è talmente vasto da non permettere virtualmente alcun limite. Se mai raggiungerò l’età della pensione starò ancora studiando e scoprendo, e potrò lasciare il cane e il giornale a qualcunaltro.

I bordoni di Vincenzo Pinti

Schermata 2009-11-17 a 15.13.56 Dalla Francia un liutista segnala il riferimento e io non so resistere: il testo è davvero troppo "ghiotto" per essere ignorato!

Trajano Boccalini, De' Ragguagli di Parnaso, Amsterdam MDC LXIX

Alle pagg. 47-48 c'è il nostro passo:

Ragguaglio XII

Nella dieta generale de' letterati intimata da Apollo in Elicona, Sua Maestà contro l'aspettazione di ognuno decreta l'eternità al nome di Vincenzo Pinti, nella corte di Roma detto il Cavalier del Liuto.

Sono già passati quattro mesi che Apollo per gli otto del corrente fece intimar la general dieta dei letterati in Elicona, ove al tempo determinato essendo comparsi i prencipi poeti, la nobiltà e i deputati delle universitadi virtuose, la mattina per tempo tutti si congregarono nella gran sala, dove sotto l'ombrella dell'eternità nel suo lucentissimo trono sedette Sua Maestà in mezzo alle serenissime muse. E perché Apollo negli editti che avea pubblicati della dieta, aveva specificato ch'egli la chiamava per dar l'eternità al nome di un virtuoso che avrebbe proposto, vari furono i discorsi dei letterati sopra il soggetto che doveva esser nominato; ma la più comune opinione si ristringeva nel letteratissimo Giusto Lipsio, uomo fiammingo, gli scritti lucubratissimi del quale tanta fragranza rendevano in Parnaso, che in tutti i virtuosi avevano destata più tosto rabbia di divorarli che appetito di gustarli. Altri dicevano che doveva determinarvisi la pubblica entrata, l'audienza nella sala regia e poi l'eternità al famosissimo nome dell'illustrissimo e virtuosissimo cardinal Serafino Olivieri, prencipe de' letterati moderni, il quale ultimamente essendo giunto ai confini di questo stato di Parnaso, con insolite dimostrazioni di onore fu incontrato dalla maggior parte de' virtuosi, i quali grandemente rimasero maravigliati che un uomo, che per tutti gli anni della sua vita era stato occupato nel laborioso carico della Rota romana, avesse potuto acquistar esattissima cognizione della teologia e della filosofia, che fusse il primo giureconsulto dell'età sua, sommo mattematico, valente astrologo, e così li fusse familiare la lingua greca come la latina: faceva il miracolo maggiore l'essersi saputo che un prelato pieno di tante scienze, colmo di tante virtudi, era morto scolare: poiché parendoli di saper poco, nell'età sua ottuagenaria si era posto ad imparare la lingua arabica. Accresceva la riputazione di così nobile personaggio la famosissima sua biblioteca, che egli aveva portata seco: per questo nobilissima, che aveva il padrone più dotto de' libri di lei, tutti così esattamente bene studiati, che erano consumati dagli occhi di quel letteratissimo signore. Mentre dunque il venerando collegio de' virtuosi stava aspettando che la nominazione cadesse in uno dei due tanto famosi soggetti che si sono nominati, Apollo propose Vincenzo Pinti, per l'eccellenza con la quale suona quell'istrumento, nella corte di Roma "detto il cavalier del liuto". Talmente per la viltà del soggetto rimasero storditi i letterati, che con umilissima instanza fecero saper a Sua Maestà ch'essi di buonissima voglia avrebbono eseguito quanto egli comandava; ma che solo li ricordavano che il suo fidelissimo collegio de' virtuosi con mal animo nel suo numero ammetteva un citaredo. A questa instanza rispose Apollo ch'egli aveva antiveduta la presente maraviglia del collegio: che nondimeno di buon animo decretassero l'immortalità al cavaliere, poiché sapea di comandar cosa necessaria, ancorché loro paresse strana. Per secreto scrutinio dunque fu vinto il partito, e favoritissimamente decretata l'eternità al nome del cavalier del liuto; il quale incontanente dai maestri delle cerimonie pegasee fu introdotto nel collegio de' virtuosi. Disse allora Apollo al cavaliere: — Voi, Vincenzo, siete il primo della vostra professione che sia stato ammesso in questo letterato collegio: dignità solo riserbata a quelli che co' perpetui sudori loro hanno fatto acquisto delle buone lettere; ma la necessità che oggi si ha della persona vostra, ci ha violentati a far questa risoluzione. Insegnate dunque ai prencipi e a' privati l'arte necessarissima d'accordar i liuti, nella quale molti sono tanto ignoranti, che per troppo tirar le corde le strappano; e sopra tutti caramente vi sieno raccomandati certi cervellacci bizzarri, che so che sicuramente vi capitaranno nelle mani, i quali, essendosi ostinati in voler che i bordoni facciano l'ufficio dei canti, tanto gli stirano, che tuttoché sieno corde molto grosse, le rompono nondimeno, e mandano in fracasso i liuti.

Non credo ci sia bisogno di aggiungere che il corsivo è mio 🙂

Il testo in forma digitale proviene da Biblioteca Italiana, progetto dell'Università degli Studi "La Sapienza" di Roma.

Matthew Spring, The Development of French Lute Style 1600-1650

…e sempre in GoogleBooks si trovano anche due interessanti estratti del volume Wainwright, Holman (a cura di), From Renaissance to Baroque. Change in Instruments and Instrumental Music in the Seventeenth Century, Ashgate Publishing Ltd., Hampshire 2005:

Frederick Neumann, Ornamentation in Baroque and Post-Baroque Music

Immagine 1All’inizio del mese di Agosto è giunto il liuto Barocco: ne scriverò in altro post, spero 🙂

Così è iniziata la ricerca, lo studio e l’inevitabile (e nota) frustrazione: la diversa disposizione delle note (sembra banale, ma NON lo è!), la tecnica davvero altra, e le conoscenze teoriche.
Jakob Lindberg in circa 60 minuti ha cercato di condensare un’introduzione che mi permettesse di studiare fino al nostro prossimo incontro, ma la mia viziosa curiositas mi spinge a passeggiare per la rete alla ricerca di libri e trattati.
Segnalo così la presenza in rete del testo di Neumann -pubblicato da Princeton Press in seconda edizione nel 1983- e consultabile in grandissima parte su GoogleBooks.

Non è precisamente una lettura breve, ma è sicuramente ricca di importantissime informazioni.

I Liuti di John Dowland

Prima di tutto segnalo l’interessante sito che Rob MacKillop ha dedicato a John Dowland, liutista e compositore.

In particolar modo vi ricordo il breve saggio -davvero suggestivo- di Martin Shepherd, liutaio e liutista, alla questione degli strumenti utilizzati per l’interpretazione della letteratura liutistica attribuita a Dowland: Dowland’s Lutes.

Non dimenticate di salvare il sito tra i preferiti e di scorrere l’elenco degli altri brevi saggi a disposizione.