Corsi, ricorsi e uno sgabello

Folger-19 Dopo due anni di scarsa frequentazione del repertorio “rinascimentale” (e sappiamo tutti benissimo che è un’orrenda definizione…) mi sono ritrovato in montagna con un po’ di lussuoso tempo libero e il Folger Dowland Manuscript.
Avevo ancora gli appunti della lezione dello scorso anno con Jakob a proposito della Lachrimae Pavan, ma soprattutto avevo ascoltato l’incredibile concerto di Emma Kirkby e Jakob a Neuburg an der Donau, e mi si erano scolpite parecchie sfumature nella memoria.
In sostanza ho trascorso quasi un mese senza suonare altro che no fossero i brani di John Dowland (o presunti tali) dal Folger Dowland Manuscript.
E’ un percorso strano quello che passa dall’11 cori francese per ripiombare nella musica di Dowland sull’8 cori (eh sì, volevo venderlo, ma Jakob mi ha convinto a tenerlo…)
Ho dovuto ristudiare una postura che andasse d’accordo con la mia altezza, grazie a una fantastica panca da falegname che ho trovato in montagna e che è proprio della giusta altezza.

Rientrato a casa ho potuto approfittare di un fantastico regalo di Natale ricevuto lo scorso anno: per motivi a me oscuri non funzionava granché bene con il liuto barocco, ma si è rivelato assolutamente perfetto per l’otto cori (più piccolo e perciò per me più critico da tenere).
Lo sgabello, se così si può dire, aveva colpito anni fa la mia attenzione durante uno dei miei tanti viaggi di lavoro in Germania ed era rimasto come un desiderio inappagato: si chiama Mi Shu e quest’anno ha vinto il Red Dot design Award.
Frutto della creatività di Frau Gabriele Wander è veramente uno sgabello particolare che obbliga a continui movimenti della colonna vertebrale. Peccato che, per quanto posso vedere, il sito sia solo in tedesco.
Avevo qualche dubbio sulla sua funzionalità per chi, coem noi, appoggia lo strumento sulle gambe, e invece è perfetto, per lo meno per me.
Se non sapete cosa regalarvi a Natale, potrebbe essere una buona idea 🙂

Barocco francese e basso continuo

Gli ultimi tre mesi sono scappati via ad altissima velocità: sono scosciente che questa sia una banalità (quasi) imperdonabile, ma mi sembra che sia l’unica possibile giustificazione per il perdurante silenzio sul mio blog.
Nel frattempo ho constinuato a frequentare il repertorio francese barocco: Gautier (Ennemond e Denis), Mouton, Mercure, Mademoiselle Boquet e recentemente Jacques de Gallot.
Quello che era stato pensato come un repertorio da concerto si trasforma in una frequentazione ripetuta e continuativa, che fa emergere sempre più sfumature fomdamentali all’interpretazione di questa musica così “sfuggente”.
Insomma, da un lato mi dispiace che la Fondazione Querini Stampalia abbia così bruscamente interrotto la collaborazione con la SMAV che durava da molti anni, impedendomi così indirettamente un concerto che ho tanto atteso (e curato!), d’altra parte ogni mese in più porta con sé una nuova consapevolezza delle difficoltà interpretative connesse a una musica che nel modndo dei liutisti non sempre sembra trovare il proprio posto.
Paradossalmente non troverete così tanti dischi e concerti dedicati a questo repertorio, mentre è largamente evidente che chiunque abbia dieci dita e un liuto non resiste alla tentazione di cimentarsi con John Dowland, nonostante non si tratti esattamente di un autore alla portata di tutte le mani…

La costante abitudine del liuto francese ha portato con sé l’inevitabile conseguenza di iniziare lo studio del basso continuo proprio su questo strumento, anche se l’11 cori non sembra essere lo strumento più utilizzato a questo scopo.
Invito gli scettici a dare un’occhiata al testo di Perrine, Livre de Musique pour le Lut, Paris 1680, la cui ricchissima introduzione è splendidamente riprodotta nel volume 19-2 della collana “Méthodes et Traités” splendidamente pubblicata dalle Editions Anne Fuzeau (acquistatelo on-line!)
Perrine dedica moltissime pagine a un prontuario delle posizioni del basso continuo: forse a dimostrazione del declino inarrestabile dello strumento in quel periodo, ma anche a sottolineare che nulla sembrava impedire al liuto di offrire il suo apporto nella pratica del basso continuo.
Unico dolore inaggirabile: la musica francese coeva richiede una dimesticheza col B.C. che va ben oltre le mie povere capacità: ci vorrà ancora parecchio…
Nel frattempo ho seguito il consiglio di Massimo Lonardi e ho ricuperato il fac simile delle Six Suittes pour la Flûte avec la Basse di Charles Dieupart presso le ottime edizioni Mieroprint: il lavoro è lungo e la strada in salita!

Dolori d’Allemande

Allemande Metaforicamente è un po’ come se le avessi prese…
La scorso sabato Jakob si è dedicato con energia a indicarmi quante imprecisioni di lettura metrica ci fossero nella mia interpretazione di un paio di brani, e questo sabato Massimo si è impegnato nella stessa direzione. Il mio malcelato nervosismo, che stava velocemente montando in una sacrosanta inca**atura, ha fatto sì che ieri rientrassi a casa con la netta impressione che non c’è nulla di peggio al mondo di un musicista stressato.
Una volta calmato (e c’è voluto un po’) mi sono reso conto che le imprecisioni si concentravano nell’ Allemande, movimento di danza di supposto gusto tedesco -per lo meno così ritenevano i musicisti francesi del XVII secolo- e di andamento lento.
Da anni ritengo che il cimentarsi dei liutisti con forme di danza completamente sconosciute sia una delle tante assurdità che ci colpiscono, analoga all’utilizzo di un computer portatile incatenato alla scrivania per evitare che venga spostato (storiella vera di qualche anno fa).
Alle orecchie dell’ascoltatore abituale di musica tra il XVII e il XVIII secolo la definizione Allemande richiama un ritmo e dei passi ben precisi, un po’ come dire twist alla generazione dei miei genitori.
Ma visto che il liutista di turno non ha frequentato i saloni di Versailles, chissà se riesco a trovare qualche definizione ritmica che mi aiuti a “sentire” una volta per tutte il battito dell’Allemande?
Dopo qualche ricerca sulle varie versioni nazionali di Wikipedia, ho finalmente trovato l’illustrazione che ho copiato in questo post all’interno della voce Allemande su Wikipedia in lingua inglese.
La voce italiana sembra essere un abbozzo e quella francese non include l’utilissima (per me) figurazione ritmica che ho riprodotta qui.

La generazione successiva

TommasoLo scorso anno scrivevo qui che mio figlio Tommaso avrebbe iniziato a studiare il liuto: ieri, dopo le sue lunghe insistenze, ha avuto diritto alla sua prima, vera lezione.
Jakob Lindberg è arrivato ieri a Torino per il concerto di oggi in occasione della rassegna Tastar de Corda, organizzata dall’Associazione Musicale Contrattempo. Sapendolo col dovuto anticipo, gli avevo chiesto se avrebbe potuto dedicare trenta minuti a Tommaso, proposta che Jakob ha accettato con allegria (grazie di cuore!).
Ho seguito anch’io, attentamente, curioso di ascoltare come si introduce lo studio del liuto a un ragazzino di dodici anni. Impossibile non appassionarmi, non solo perché si tratta di mio figlio, ma anche per la pazienza e la capacità didattica con cui Jakob ha guidato le dita di Tommaso verso il suo primo tastar de corda.
Le loro foto sono qui.

Subito dopo ho trascorso anche io un’ora di studio con lui, ma devo confessare che la testa era piena di quanto era appena accaduto e dunque non ho reso come avrei dovuto. Domando scusa 😉

Fantasmi

Mouton_Louvre Abito una casa che amo molto, affacciata sul centro di Portogruaro, con una vista particolare: una stradiciola di acciottolato che passa di fianco al Duomo di S. Andrea.
Questa sera suono Charles Mouton: è già tardi e la vecchia casa scricchiola dalle travi del soffitto. Fuori è silenzio e l’aria dell’autunno è limpida come a me piace, non più lattiginosa per l’umidità estiva.
Il Prélude e la Chaconne da un manoscritto custodito a Praga e provieniente dalla biblioteca dei Lobkowitz suonano evocativi, come se da un momento all’altro lo stesso Mouton sessantenne facesse capolino da dietro l’architrave del minuscolo ingresso del mio appartamento.
Ho la sensazione che il primo tricordo della Chaconne debba suonare malinconico, nostalgico se non addirittura lugubre.
Nell’andamento ossessivo della danza sembra risuonare il passo del tempo e la tentazione di portarsi via una musica così esile da non superare il confronto con le orchestre d’archi del barocco più tardo.
Ma Charles Mouton ha vinto a suo modo: il suo ritratto, alto un metro e settanta, sorride dai saloni del Louvre e la sua musica evoca la sua memoria, persino nell’autunno di una piccola cittadina a est di Venezia.

Domani si riprende

Eh sì, domani riprendono le lezioni di Massimo Lonardi alla Scuola di Musica Antica di Venezia.
Inizialmente avevo in programma di non esserci per motivi di lavoro, poi l’influenza di un cliente e la sbadataggine di un altro hanno annullato il mio viaggio a Dresden e München. Ho telefonato a Massimo e domani avrò la mia lezione 🙂
Durante il mese di Agosto ho studiato moltissimo, più di quanto mi sia mai successo negli ultimi cinque anni, e mi sembra di poter dire che i risultati si sentono, o per lo meno che li senta io.
Il prossimo sabato incontrerò Jakob Lindberg a Torino per un’altra lezione e poi dovrei potermi considerare sufficientemente “esaminato” da fissare il primo concerto a Venezia. Vedremo.

Nel frattempo anche mio figlio Tommaso inizierà a studiare liuto rinascimentale e avrà diritto al mio beneamato sei cori, quello di Stephen Barber.
Non ho abbandonato la musica per l’accordatura per quarte (!!), anzi, mi sembra persino di poter dire che i progressi fatti nella direzione del liuto barocco si riflettano su un modo diverso di suonare lo strumento più antico, anche se non saprei qualificare la diversità.
In Agosto a Neuburg avevo preso l’abitudine di lasciare il liuto barocco alla scuola e di tenere l’otto cori in camera in albergo: la sera era dedicata a un’oretta di John Dowland.
La mia camera era esattamente al di sopra di quella di Jakob (Lindberg) e una sera a metà della Lachrimae Pavan sento squillare il telefono della camera. Stupito, dico ad Alessandra: “Sarà Jakob che mi supplica di smettere di assassinare Dowland…”
Quando sento al telefono la voce di Jakob scoppio inevitabilmente a ridere e gli spiego l’accaduto. Lui replica che non sente nulla, posso stare tranquillo.
Ho speso l’ultima lezione di Neuburg proprio sulla Lachrimae Pavan, ricavandone un suo giudizio positivo. Forse non era poi troppo male…

E’ un periodo denso…

Davvero. Scrivo poco -meno del solito- su questo blog perché il “da fare” non manca e restringe la disponibilità del tempo alla pura musica.
Durante il periodo estivo mi sono ritirato in uno splendido comune in montagna (Baceno) dove, grazie all’enorme disponibilità degli ospitanti, ho potuto studiare indefessamente cinque ore al giorno! Non mi succedeva dai tempi del Liceo e degli studi universitari… Un paradiso!
Tornato a casa il lavoro ovviamente non permette delle tempistiche da professionista (né tale vorrei essere), ma stringo i denti e pretendo dalle mie giornata almeno due ore di musica quotidiana: lascio perdere tutte le sciocchezze cui sono (malamente) abituato: televisione, social networks e quant’altro. Scopro in fretta che il tempo c’è, ma manca lo spazio.
Abito in un piccolo appartamento che ormai somiglia a un deposito di libri e vestiti: così non si può continuare. Forse ho trovato una nuova sistemazione, ma richiederà pazienza e un notevole cambiamento di abitudini.
Nel frattempo metto insieme con molta titubanza il programma del mio concerto, da Ennemond Gaultier a Bocquet, Germain Pinel, Charles Mouton: ma come si fa a sintetizzare tutta la ricchezza di sfumature che il trascorrere del tempo ha prodotto in questa musica in trenta poverissimi minuti? Boh, soprattutto se a suonare sono io: liutista per indole e per vocazione, ma pur sempre per diletto.

Poi ci sarebbe gli splendidi duetti del manoscritto di Warsaw, RM 4135 [1-2] (Msr. Melante / Telemann?): ascoltati per una vita e letti velocemente insieme ad Antonio durante l’indimenticabile settimana di Neuburg. Aspettano di essere approfonditi e magari proposto al pubblico della Sommerakademie il prossimo anno.

Devo imparare a non vagare da un’edizione all’altra, leggendo quantità di musica (che meraviglia!), ma concerntrarmi sulle cinque / sei ore di musica che oggi costituiscono il mio repertoire?
Non sono sicuro di farcela…

E’ di ieri il mio primo tentativo di registrazione (video incluso) personale: la solita Chaconne (la n. 49 dell’edizione CNRS) di Gaultier. Risultato deprimente: il microfono incorporato nel mio MacBook Pro ha raccolto un suono aspro, graffiato e sostanzialmente non-liutistico che mi sembra proprio non essere quello che produco quando suono… Sulla lista anglosassone consigliano di acquistare un vero microfono per le proprie registrazioni e ora so perché!

Neuburg an der Donau e la 32. Sommerakademie (Ia parte)

DSC00076 Sono tornato a casa ed è tempo di fare uno sforzo di memoria e ricordare cosa è accaduto poche settimane fa.

Entrando nella bellissima cittadina di Neuburg an der Donau per la terza volta ormai ho ritrovato i luoghi familiari di ogni anno: il castello, il nostro consueto Hotel Am Fluss e naturalmente la Volkshochschule che ci viene messa a disposizione per una settimana di paradiso: musica, studio e ancora musica.
Il tempo ha fatto schifo, come sempre, anche se forse quest’anno un po’ peggio del solito, rendendo la terrazza sul Donau drell’albergo virtualmente inutilizzabile. Peraltro il fiume era così in piena che le passeggiate slitamente disponibili erano completamente sommerse: l’ultimo giorno un gruppo di militari simpaticamente ubriachi controllava che nessuno accedesse al Donau dall’accesso laterale all’albergo.
Avrei voluto poter fotografare la compagnia di soldati, stravaccati sull’argine, con una scialuppa di salvataggio e due casse di birra tenute in fresco a galla sul Donau, incastrate in altrettante camere d’aria da camion e legate con una corda alla scialuppa, ma la loro espressione non consigliava di ironizzare sul loro stato. I numerosi vuoti sparsi attorno a loro fornivano indicazioni precise su cosa avesse loro procurato l’umore canterino di cui facevano sfoggio.

La Sommerakademie ha raggiunto la sua 32. edizione ed è iniziata lunedì mattina nel consueto foyer del teatro con un accorato appello dell’Assessore alla Cultura, che ci invitava a sottoscrivere una lettera per segnalare al Ministero che la Sommerakademie non è affatto una iniziativa “regionale”, perciò non più degna di ricevere i (magri) contributi erogati nel passato.
In effetti studenti da ogni parte del mondo raggiungono Neuburg ogni anno, proprio per frequentare i migliori insegnanti di Alte Musik, insegnanti che sarebbero indisponibili altrove o semplicemente troppo costosi.
In più la cornice è favolosa, l’ambiente aperto e informale, le birrerie poco costose e il tempo… beh, per il tempo meglio lasciar perdere e portarsi vestiti autunnali.
La prima sorpresa è stato il gruppo dei liutisti con Jakob Lindberg: due studenti soli, cioè il sottoscritto e il carissimo Antonio, che già conoscevo dall’esperienza del 2008. Mezz’ora dopo ci trovavamo in una piccola aula della Volkshochschule insieme a clavicembalisti (numerosi) e cantanti (pure) e scoprivamo di dover eseguire un brano a scelta! Invero ci era stato comunicato nella lettera di apertura, ma gli habitués avevano avuto la malagrazia di non leggerla, ehm…
I primi dovevano essere i liutisti ed essendo in due non è che ci fosse bisogno di tirare a sorte. Ebbene, qualchecosa ha fatto “click!” nella mia testa e ho proposto la splendida Chaconne di Ennemond Gaultier (n° 49 nella edizione CNRS), neanche troppo male. Per primo mi sono stupito di poter, finalmente, suonare in pubblico, senza paura.
Essendo in due organizzare le lezioni e il lavoro con Jakob è stato facilissimo: prima Tu, poi io. Tutti i giorni, mattino e pomeriggio, SEMPRE. Insomma: NON AVEVO MAI STUDIATO TANTO IN VITA MIA!!
E poi c’erano le prove del prologo dall’ Orfeo di Monteverdi che Jakob aveva proposto come brano d’insieme.
Per due tapini che non avevano mai fatto basso continuo in vita loro, significava imparare tutto ciò che può essere appreso in cinque giorni: e credo che sia andata piuttosto bene. In teoria si può storcere il naso all’idea che il basso continuo dell’opera monteverdiana fosse realizzato da un liuto barocco a 11 cori (Francia/Germania, fine XVII secolo), un liuto barocco a 13 cori (Germania, inizio XVIII secolo) e un liuto pre-barocco (cioè quello di Jakob) a 10 cori (Italia, inizio XVII secolo), ma credo di aver digerito a sufficienza il principio che un musicista di “allora” avrebbe semplicemente suonato il suo strumento, senza farsi eccessivi scrupoli. E così abbiamo fatto noi, con grandissimo piacere ed entusiasmo.
Ho avuto diritto a così tante ore con Jakob che mai e poi mai avrei potuto lucrare, nemmeno in un trimestre di scuola regolare: domande, duetti (la Lachrimae Pavan di John Dowland), informazioni, accordature, controlli sugli strumenti, etc.
Mi sento in particolare di lodare la sua straordinaria disponibilità ad ascoltare tutto e intervenire in modo non intrusivo, umilmente e pacatamente, correggendo con ironia e leggerezza.

(To Be Continued…)

La solita estate liutistica…

Non ho mai seriamente provato a “postare” qualcosa sul blog tramite l’e-mail, ma il lungo silenzio stampa cui l’estate mi costringe sembra una fantastica occasione per provare.

Il caldo opprimente dei primi giorni di luglio mi aveva completamente bloccato: semplicemente non sono in grado di suonare in quelle condizioni. Magliette inzuppate di sudore, ventilatori insufficienti e il guscio dello strumento sverniciato dall’umidità: che meraviglia!

Poi la settimana a Neuburg an der Donau con Jakob Lindberg: solo due di noi e una metereologia tremenda. Morale: 8 ore al giorno di musica (minimo) e il lusso di un musicista sempre disponibile 🙂
Scriverò un post sull’argomento più’ avanti.

Ora sono in “ritiro” in uno splendido comune dell’Ossola e sfrutto il persistere del maltempo per costringermi a studiare 5 ore al giorno. Le ferie termineranno presto e così tanto tempo disponibile per il liuto sarà un ricordo fino al prossimo luglio.

Una nota conclusiva: la Tree Edition di Albert Reyermn ha pubblicato nel 2008 una raccolta di brani tratti dal Leipzig Baroque Lute Book (Leipzig Mss. II.6.24). La raccolta è molto ben fatta, il facsimile leggibilissimo e la musica deliziosa!

Viaggiare

Va bene, fa caldo: non è una novità. E io lo patisco, altra cosa nota a tutti coloro che mi conoscono, Massimo incluso 🙂
Poi è luglio e io ho il piacere di spendere un poco di tempo coi miei figli nella casa al mare, cercando di mantenere i ritmi di lavoro e di studio. Anzi, provo addirittura ad aumentare il tempo che dedico alla musica.
Il risultato è che di solito mi barrico in una stanzetta un po’ più fresca delle altre, punto un ventilatore nella mia direzione e mi appoggio stracci e straccetti da tutte le parti. Massimo mi ha messo in guardia già qualche anno fa: prima o poi mi si scolla il liuto per il sudore 😉
Tutto andava bene quando ero il felice possessore di UN liuto a 8 cori: lo piazzavo in auto insieme al resto, e via.
Qualche giorno fa David Van Ooijen scriveva:

The definition of a lute player is an instrumentalist who’s always one
instrument short.

Col tempo ho ceduto anch’io alla voluttà di pensare costantemente al prossimo strumento, e ora ne ho TRE. L’11 cori di cui scrivo spesso è la mia grande passione, e in più mi dà l’impressione di produrre musica, non solo “raspamenti di corde”, ma come si fa a lasciare a casa Dowland & C.?
In più se mi “scappa” di far soffrire Francesco da Milano o Pietro Paulo, non posso certo tirare un po’ i cori del barocco…!
E così partirò con DUE liuti. E meno male che non ho anche una tiorba e una chitarra barocca…
D’altra parte ricordo la prima volta che incontrai Jakob Lindberg a Neuburg: una Volvo di qualche anno fa stracarica di olio, vino e… strumenti. Venedo dall’Italia aveva fatto la spesa, ma il colpo d’occhio era fornito dal carico di liuti, arciliuti, etc.
Così non posso fare a meno di domandarmi come diavolo facessero i nostri “padri”: provo a immaginarmi un viaggio da Bologna a Roma (cfr. Alessandro Piccinini) su un bel carro stracarico di arciliuti. Che comodità…

Poi viene la cassetta della musica, gloriosamente acquistata all’IKEA, la scatoletta delle corde (che al calor bianco di questi giorni patiscono quasi più dei liuti), il leggio… Ma porca miseria, possibile che il povero liutista, oltre ad esser tale a causa della copia di istromenti di cui deve dotarsi, sia anche degno di una famiglia tedesca in vacanza?? Sì, intendo quelle famiglie stracariche di bagagli, su cui campeggiano il cane, il gatto e il canarino nella sua gabbietta…
E pensare che nei primi due anni da liutista prendevo regolarmente i miei aerei con il liuto, la borsa con il Mac e la valigia.

Un’ultima nota di costume: mi piacerebbe ricordarmi CHI per poter esibire il link, ma di sicuro ho visto una foto di un liutista giapponese con l’iPad appoggiato sul leggio. Con la quantità di fac-simili ormai disponibili on-line e le numerose edizioni scaricate dalla rete, mi sembra quasi un’ovvietà. Anche se resta una crasi interessante tra l’antico e il nuovo.
Io ho suonato diverse volte con il fac-simile sul Mac, ma certo che con l’iPad è un’altra cosa.

Lange Rede, kurzer Sinn, partirò con due liuti, una cassetta di musica e un sacco di altra essenziale paccottiglia nascosta nel portabagagli. Quasi quasi preferirei che mi dessero il permesso di restare a casa…