Leùto?

Il vocabolo (che soltanto in pochissimi dei codici fiorentini ricorre nella forma ‘liuto’), è usato da Dante una sola volta, quale secondo termine di una similitudine che fa capo a mastro Adamo: Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, / pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia / fronca da l’altro che l’uomo ha forcuto (If XXX 49).
[…]
È interessante ricordare innanzi tutto che la terzina sopra citata costituisce la prima testimonianza cronologica che si trovi, del leuto, nella letteratura italiana. Più avanti, nel sec. XIV, esso è più volte menzionato, ma sempre come strumento raffinato delle persone colte, a differenza di quanto avveniva altrove, ad esempio in Germania, ove il leuto era diffuso anche nelle classi medie (anche il Petrarca fu liutista, e alla sua morte, nel 1374, egli legò il suo strumento all’amico Tomaso Bombasi da Ferrara). In ogni caso, e soprattutto al tempo di Dante, esso costituiva un’autentica rarità.

(Raffaello Monterosso, voce “leuto” in “Enciclopedia Dantesca”, Treccani 1970)

“Il famoso liutista Leopold Weiß…”

Screenshot 2014-08-23 18.00.44E’ stata una lunga pausa da quando ho pubblicato l’ultima pagina di questo weblog.
Dovrei dire di tantissima musica, della XXXVI Sommerakademie – Alte Musik a Neuburg an der Donau e di molte altre cose.
In pratica invece mi limito a segnalare tre deliziose paginette scritte da Friedrich Wilhelm Marpurg e pubblicate a Cölln nel 1786, che ho scoperto grazie alla segnalazione di un altro liutista, Christian Zimmermann.
Digitalizzate nell’immenso progetto della Bayerische Staatsbibliothek, sono consultabili (e scaricabili) QUI.

In effetti sono in tedesco, e stampate nella famigerata fraktur, ovverosia in quel tipo di carattere utilizzato nelle tipografie di lingua tedesca fino a pochissimo tempo fa e derivato dalla famiglia cosiddetta gotica.

In pratica si racconta di come “il famoso liutista Leopold Weiss” abbia visto la sua futura moglie durante una passeggiata serale a Breslau, l’abbia abbordata con un Compliment, le abbia domandato se fosse già sposata e, alla di lei risposta negativa, le abbia immediatamente detto che sperava allora di essere il fortunato sposo.

Mentre ero alla ricerca di altre informazioni su Sylvius Leopold Weiss non ho resistito a pubblicare questa, così imprevista e graziosamente raccontata.

Un intarsio e le corde

Bundle-klein1Dagli intarsi di Fra Damiano da Bergamo presso lo Château de la Bastie d’Urfé, ricostruiti al Metropolitan Museum of Art di New York, proviene l’immagine di questo post.

Un visitatore (Marc Lewon) ha commentato in questo bel post le sue riflessioni sulle corde del liuto rappresentate in questo dettaglio degli intarsi e come il loro curioso aspetto “morbido” coincida con le indicazioni di altri trattati successivi (Hans Gerle, 1546 e Adrian Le Roy, 1574).

La sostituzione dei legacci

All’improvviso mi accorgo che tutto il mio tempo libero è stato assorbito dalla tiorba, in modo particolare da Robert de Visée (da cui non riesco a separarmi) e da Kapsberger (che dovrei decidermi a studiare meglio…).
A proposito di Kapsberger poi, non riesco a liberarmi dalla tentazione di pensare che il ben noto ritratto dell’uomo con il chitarrone di Van Dyck sia dedicato a lui. Solo un blink 😉

Tornando al tema di questo post, non credo che siano in molti ad amare svisceratamente l’inevitabile sostituzione dei tasti/legacci dei propri strumenti. Mentre cercavo tutt’altro, sono caduto sulla pagina del liutaio francese Gwendal Le Corre (begli strumenti da studio – tra l’altro – e non cari…) che ha pubblicato una breve documentazione fotografica sulla sostituzione dei tasti. E’ talmente ben fatta (per una volta…!) che ho pensato che dovessi prenderne nota.
Non trovo più l’indirizzo originale da cui l’ho scaricata, ma potete trovarla QUI.

Anthony Rooley a proposito del liuto e della sua musica

Un bellissimo intervento di Anthony Rooley (segnalatomi da Davide Rebuffa): “La musica non è nient’altro che una decorazione del silenzio” (Marsilio Ficino).

Purtroppo non sono riuscito a trovare la provenienza di questa citazione!

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A Pordenone c’era Baschenis

BaschenisA furia di rimandare, rischiavo di perdermi due quadri “simbolo” per ogni liutista: le due famosissime nature morte con strumenti musicali di Evaristo Baschenis.
Erano esposte fino ad oggi negli “Spazi Espositivi Provinciali” a Pordenone, mentre normalmente si trovano all’Accademia Carrara di Bergamo. Sulla pare di fronte erano esposte due opere del pittore milanese Bartolomeo Bettera (Bergamo 1639 – Milano? 1688)
Bettera01, altrettanto interessanti per l’iconografia del liuto e della chitarra barocca.
Mi sono fermato lungamente a ammirare i due quadri di Baschenis e soprattutto a riflettere sugli strumenti rappresentati, misure, caratteristiche, piccoli dettagli estetici, etc.
Mi porto via il desiderio di avere un nastro come quello raffigurato nella prima, magari dello stesso colore. Rida pure chi vuole.

Robert Lundberg: la fisica e la metafisica del liuto di Galileo

CMusiqueAnonimoPadovaE980Mentre svolgevo altre ricerche (come sempre…) ho trovato per caso le indicazioni relative a una raccolta di articoli curata da Victor Coehlo e intitolata Music and science in the age of Galileo.
La miscellanea, originariamente pubblicata nel 1992, risulta piuttosto cara e presenta un unico articolo che mi interessa particolarmente, quello del defunto liutaio Robert Lundberg, intitolato In tune with the universe: the physics and metaphysics of Galileo’s lute.
Avendo anni fa comperato e apprezzato il suo libro Historical lute construction, mi sono messo in caccia e ho trovato una “pia anima” che dall’altro capo del mondo mi ha caritatevolmente messo a disposizione lo scanning del contributo in questione.
Chi fosse interessato può scaricarlo da QUI.

La tiorba è arrivata, ma ripartirà subito :-(

TiorbaAlle 11 in punto di oggi una fatina buona (leggi UPS) mi ha consegnato una bellissima tiorba che proviene da un caro amico tedesco.
Ho preso immediatamente le misure (cori tastati: 82,5cm diapason: 167cm). Il guscio ha 35 doghe in tasso e credo il modello faccia riferimento a uno strumento che Pietro Raillich costruì a Padova verso la metà del XVII secolo.
Il liutaio è, per ironia della sorte, lo stesso che pochi mesi fa ha deciso di considerarmi indegno di un suo strumento, e anche il modello è proprio quello che io avrei desiderato che lui costruisse per me.

Si vede però che la sorte congiura contro le mie ambizioni tiorbistiche, perché dopo 5 minuti esatti di accordatura la tavola armonica si è sollevata dal guscio e ha mostrato un disastroso “spiffero” di oltre 5mm dalla parte del ponticello – disastro! (direbbe un noto comico)

Ho allentato nuovamente tutte le corde e, rassegnato, ho depositato lo strumento nel suo (lunghissimo) astuccio: venerdì andrò a consultare il medico che si troverà a dover intervenire non su uno, ma su due pazienti.

Sic transit gloria mundi 🙂