Fabritio Caroso, Nobiltà di Dame (Il Ballarino), Venetia MDC

BallarinoTra le ormai moltissime opere digitalizzate emerge un trattato di danza di estremo interesse per i liutisti perché, come nel caso del già segnalato Nuove inventioni di balli, contiene un congruo numero di esempi intavolati per il nostro strumento.
Si tratta della Nobiltà di Dame. Libro, altra volta, chiamato Il Ballarino di Fabritio Caroso di Sermoneta.

Per consultarlo cliccate prima sull’immagine, poi sul pulsante Next Page posizionato in fondo ad ogni pagina.

Füssen, i liutai e un liuto a 12 cori del 1638

MestDa una segnalazione di Andreas Schlegel sono risalito non solo alla sua interessante pagina (in Tedesco…) sui tipi di liuto, ma anche a questo lungo studio di Kenneth Sparr su Füssen e la sua straordinaria tradizione di maestri liutai, trapiantatisi specialmente in Italia.

La pagina in questione si concentra particolarmente su un liuto a 12 cori di Raphael Mest conservato nella Biblioteca di Linköping in Svezia.

Marco da L’Aquila e il passato che si ripete

L’abitudine di cercare di studiare un autore, piuttosto che un brano, cozza in questi giorni contro gli eventi che ancora un volta mettono in ombra l’opera di Marco da L’Aquila.
Ho cercato di avere accesso ai suoi lavori contenuti nel Manoscritto 266 Herwarth, ma la loro edizione in fase di pubblicazione da parte della LIM si è arenata ancora una volta, nonostante sia in preparazione ormai da anni.
Arthur J. Ness in una recente e-mail mi spiegava che i suoi due papers esposti a convegni di ormai vent’anni fa non furono mai pubblicati. Sono stati però fusi nell’introduzione alla sua edizione delle opere di Marco, quell’edizione -appunto- che non viene mai stampata.
Mi sembrava significativo studiare Marco in questi giorni, così drammatici per L’Aquila, e che inevitabilmente ricordano -pare- un altro terremoto di cinque secoli fa, che aveva probabilmente spinto Marco proprio verso Venezia. Ottenne l’autorizzazione a stampare la sua musica, ma del suo lavoro, se mai fu pubblicato, tutte le copie sono andate perdute.
Forse il Manoscritto 266 Herwarth è una copia a mano della sua edizione, ma allo stato attuale degli studi è impossibile averne conferma.

Così mi limito a studiare i brani contenuti nell’edizione di Casteliono del 1536, pochi e densi, complessi di una polifonia affascinante, impossibili da offrire in concerto.

Sono passati cinque secoli, e i terremoti -tra le moltissime tragedie che provocano- ancora sembrano congiurare contro le poche, delicate opere di un oscuro e quasi dimenticato liutista, che deve un pizzico della sua notorietà al fatto di essere stato l’insegnante di quel Pietro Aretino che per comprensibili motivi raramente viene studiato nelle scuole.