Sarà un caso?

Liuto di Anonimo, Padova, fine XVI sec., Cité de la Musique, E980Qualche tempo fa in questo post sollevavo tutti i miei dubbi sugli strumenti a otto cori. Oggi nella sezione dedicata alla Vendita di strumenti della Lute Page di Wayne Cripps notavo l’incredibile maggioranza numerica di liuti a otto cori in vendita.

Provo a trarne una conclusione: forse molti liutisti si stanno accorgendo che un liuto a otto cori – legato al repertorio della fine del XVI secolo – non è necessariamente il più adatto per affrontare la enorme quantità di repertorio cinquecentesco, quasi sempre strettamente per uno strumento a sei cori.

A proposito: Kapsberger “suona” benissimo su un liuto a otto cori 😉

Ancora a proposito di Joachim Tielke…

1696Uno dei primi posts su questo mio diario in rete riguardava il mio incontro col liutaio tedesco Hendrik Hasenfuss per definire e concludere alcuni dettagli estetici riguardanti il liuto a 11 cori che gli avevo ordinato nell’agosto del 2006. Eh sì, ci vogliono minimo diciotto mesi!
Come tanti liutisti sono molto curioso di vedere gli strumenti originali cui i liutai si ispirano, spesso con insana passione, così ho cominciato una ricerca in rete per trovare le fotografie dell’originale che Joachim Tielke aveva prodotto ad Amburgo nel 1696.
Niente da fare! Il Museo Nazionale Germanico di Norimberga che lo custodisce non è certo generoso in documentazioni fotografiche quanto la Cité de la Musique di Parigi…
Alla fine mi sono deciso a disturbare il Prof. Friedemann Hellwig che ha pubblicato l’ottimo sito dedicato a Tielke e ho immediatamente ottenuto le belle foto che vedete.
In Germania questo modello è molto noto e riprodotto, mentre mi sembra di capire che non abbia la stessa fortuna al di fuori dei paesi di lingua tedesca.
Il Prof. Friedemann, dopo una vita passata passata insegnando Restauro e Conservazione dei Manufatti in Legno alla Fachhochschule di Colonia, ha deciso di aggiornare l’immenso lavoro che suo padre, il liutaio Günther Hellwig, aveva pubblicato nel 1980 e interamente dedicato alla splendida produzione del laboratorio di Joachim Tielke.
Il nuovo testo di riferimento dovrebbe uscire nel 2011.

In chiusura solo una breve osservazione: quando ho pubblicato quel famoso post iniziale uno dei lettori mi ha scritto mettendomi in guardia che alcune delle caratteristiche estetiche discusse non eranno ovviamente originali.
Non che sia così importante, anzi. Tuttavia possiamo osservare la foto (non così diffusa come dovrebbe) e fare le dovute riflessioni.

Nigel North, Bach on the lute

North_bach_on_the_lute
Ho citato questo cofanetto di quattro CD sulla lista italiana del liuto, causando una polemica di breve durata e, indirettamente, la defezione di un membro della stessa.
Provocato, ho pensato che in questi giorni di parossistica attività professionale mi riesce più semplice parlare di dischi, che non di musica e strumenti.
I quattro CD, registrati con un livello di qualità decisamente audiofilo, sono pubblicati dalla Linn, casa scozzese nota soprattutto per i propri componenti per catene audio di altissimo livello e prezzo.
Nigel North non ha bisogno di presentazioni, né sono necessari commenti alla sua notevole trascrizione delle Suites per Violoncello, così come delle Partite e Sonate per Violino di Johann Sebastian Bach.

Il cofanetto mi accompagna nei miei troppo frequenti viaggi già da due mesi e ancora non ho esaurito il piacere di ascoltarlo quotidianamente, nell’andare e venire tra l’albergo e l’ufficio, poco fuori Köln.

L’unica osservazione (non critica) riguarda il trattamento del suono, sicuramente effettuato dai tecnici della Linn, che ha privilegiato una timbrica leggermente chitarristica: a un primo ascolto non ho potuto che ricordare la registrazione delle Opere per Liuto di Johann Sebastian Bach interpretate da Narciso Yepes sulla sua famosa chitarra a dieci corde per Deutsche Grammophon ormai molti anni fa.
Dopo qualche minuto l’impressione passa però (senza offesa…) e ci si immerge nella sonorità straordinaria di uno splendido liuto barocco a 13 cori, con il caratteristico “collo di cigno” molto in voga nel periodo in cui Bach e Silvius Leopold Weiss scrivevano per lo strumento.

Ovviamente l’operazione di trascrizione e di interpretazione non può incontrare il gradimento di tutti, ma i quattro CD sono, a mio umile parere, semplicemente splendidi.

Un solo consiglio: se ne avete l’occasione acquistateli su Amazon UK, non nei negozi di casa nostra. E’ brutto dirlo, ma in questo modo ho avuto ho potuto pagare il cofanetto circa il 70% in meno del prezzo praticato da un noto rivenditore del centro di Torino.

Amo le rose che non colsi…

Bob Van de Kerckhove
E’ passato più di un mese dal mio ultimo post e l’interruzione è andata di pari passo con una serie di piccoli “fastidi” che mi hanno impedito di suonare regolarmente. Primo fra tutti un taglio abbastanza profondo al pollice della mano destra che ha bloccato ogni mia velleità liutistica durante la pausa natalizia.
Ho ripreso lentamente, penosamente e con una notevole frustrazione: la musicalità (spero!) non sembra scomparire in tre settimane, ma l’agilità acquisita e tanti piccoli passi avanti svaniscono con sorprendente rapidità. Che barba!

OK, chiedo scusa per questa digressione.
Leggevo questa mattina una non breve riflessione di un partecipante alla solita lista anglosassone: mentre un pianista sceglie il proprio strumento basandosi (tra l’altro) su un suono e un timbro che ben conosce e che ama, che decide di avvicinarsi al liuto si trova ben presto a riflettere su quale liuto stia suonando, perché in effetti non sappiamo davvero come suonasse il benedetto strumento che amiamo tanto.
Riflessione non nuova, certamente, tuttavia sembra porre il traguardo timbrico sempre “un passo oltre” ciò che posso udire oggi.
Conosciamo tutti come suona il liuto dei concertisti che conosciamo e seguiamo, ma prima o poi la domanda credo sia venuta a tutti: era davvero così? Lo strumento lodato e amatissimo, nelle sue multiformi incarnazioni suonava davvero in questo modo?
Da qui le decine di migliaia di incubi sulle tavole armoniche, le forme, i legni e… LE CORDE!
Non passa giorno in cui non legga qualche e-mails nelle varie lingue sul mal di corda che affligge i liutisti (mi si perdoni il maschile, intendo ovviamente e col dovuto rispetto anche le Liutiste).
Demifilée, loaded, gimped, budello, Nylgut®, carbonio…
Da provare tutte, possibilmente mescolate!
Se si tiene conto che ogni cambio di corde porta con sé una considerevole spesa e una non trascurabile impegno di tempo per sostituirle e accordarle, è facile immaginarsi il perché del famigerato detto: il liutista passerebbe metà della sua vita ad accordare il liuto e l’altra metà a suonare scordato.
Qualcuno (il mio Mentore) arriva a dire di NON provare il budello, se non d’estate, quando gli incontri con lui non ci sono. Troppa è la Sua sofferenza per uno strumento costantemente scordato.
Amo moltissimo la sonorità del budello, per esempio come compare nel CD di Catherine Liddell già citato e sono d’accordo con la maggior parte di quei liutisti che sostengono che il budello sia una necessità sonora, non tanto un’affettazione di storicità.
Detesto ormai il timbro del carbonio (o PVF) che mi sembra avere un’unica virtù: sopporta tutto. Anche quando rimane in un automobile a zero gradi per tutta la notte, come mi è capitato due sere fa.
E confesso che mi ha in gran parte stancato il timbro del mio otto cori, ma su questo argomento mi dilungherò in un altro post.
Lo strumento migliore è sicuramente quello che non ho (ancora) trovato.